Ci sono storie che attraversano il tempo e che, a distanza di sessant’anni, tornano a farsi sentire attraverso le parole di chi le ha vissute, ma anche attraverso i ricordi tramandati in famiglia. È da questa idea che nasce il racconto collettivo dell’alluvione del 4 novembre 1966 a Montelupo Fiorentino: un viaggio nella memoria della comunità, avviato dall’assessora alla Cultura Aglaia Viviani in vista del sessantesimo anniversario dell’evento.

Un’operazione culturale nata in modo spontaneo, senza un’impostazione accademica o un progetto di ricerca strutturato. L’assessora ha iniziato a raccogliere in prima persona racconti, fotografie e documenti, invitando le persone a condividere i propri ricordi. Le testimonianze sono state progressivamente pubblicate sul suo profilo Facebook e successivamente riprese e condivise anche attraverso i canali social del Comune, dando vita a un percorso partecipato che continua ad arricchirsi.

L’esperienza richiama, per modalità e spirito, quella realizzata a Montelupo durante il periodo della pandemia con il progetto Ghost Writers, quando i cittadini furono invitati a raccontare la propria esperienza durante i mesi dell’isolamento. Anche in questo caso, al centro ci sono le persone e le loro storie, con l’obiettivo di costruire una memoria condivisa a partire dai singoli vissuti.

«L’idea era quella di organizzare un viaggio nella memoria, informale, senza alcuna pretesa scientifica, ma profondamente umano. Proprio l’assenza di una struttura definita ha permesso alle persone di sentirsi libere di raccontare la propria versione di quella storia, tornando indietro di sessant’anni. Non cercavamo una ricostruzione storica in senso stretto: volevamo scavare nella memoria individuale per ritrovare un substrato comune, fatto di esperienze, immagini, emozioni e ricordi. Credo che anche questo sia il ruolo della cultura: stimolare le persone, farle parlare, trasformare i cittadini comuni in testimoni della storia e dare valore alla vita di ciascuno», spiega l’assessora Aglaia Viviani.

Le testimonianze raccolte restituiscono uno spaccato della Montelupo di quei giorni. C’è il racconto di Guido Bitossi, che a soli 17 anni partecipò alle operazioni di soccorso e di sgombero con i mezzi dell’azienda di famiglia, contribuendo a liberare dal fango corso Garibaldi e l’area della Fanciullacci. E c’è quello di Giacomo Migliori, che ricorda, ancora bambino, le ore di paura trascorse nella propria abitazione in viale Umberto I, fino all’arrivo dei Vigili del fuoco che portarono in salvo la sua famiglia.

Accanto ai ricordi personali emergono anche immagini rimaste impresse nella memoria collettiva: le barche in piazza a Camaioni dopo il ritiro dell’acqua, i soccorsi in elicottero, le strade trasformate in corsi d’acqua, le case e le attività sommerse dal fango.

L’ascolto delle testimonianze ha permesso anche di chiarire alcuni episodi tramandati nel tempo e di riportare alla luce vicende e persone rimaste ai margini delle ricostruzioni conosciute. La raccolta ha già raggiunto una cinquantina di testimonianze e continua a suscitare interesse: sono numerosi i cittadini che contattano l’assessora per condividere nuovi ricordi, ringraziarla per aver riportato alla luce queste storie o offrire ulteriori elementi di ricostruzione.

A sessant’anni di distanza, questo viaggio nella memoria restituisce alla comunità non soltanto il ricordo di un evento che ha segnato profondamente il territorio, ma anche il valore delle tante esperienze individuali che, intrecciandosi, compongono la storia di Montelupo.

Le ultime testimonianze saranno pubblicate domenica, per poi chiudere con questa esperienza che sicuramente ha aperto la strada a una nuova modalità narrativa.

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